Analisi di Bulma e Numero 18. [Aggiornato 12 Marzo 2025. La versione precedente era formattata come un articolo a sé, questa versione è quella che verrà inglobata nel saggio.]
Tra le molteplici letture critiche dedicate a Dragon Ball, l’opera più celebre di Toriyama Akira, uno degli aspetti meno approfonditi ma di grande interesse è quello relativo alla rappresentazione femminile: un tema che, pur non essendo del tutto inedito, continua a rimanere ai margini delle analisi più sistematiche. In questa sede, cercherò di colmare almeno in parte questa lacuna, proponendo una riflessione centrata su due figure cardine: Bulma e Numero 18. Prima di entrare nel merito, è opportuno precisare un elemento essenziale: l’idea di “donna forte” si è trasformata profondamente nel tempo: quello che risultava accettabile nella cultura popolare degli anni Ottanta può oggi apparire problematico, se non apertamente criticabile; per questo motivo, è necessario contestualizzare l’opera nel periodo storico in cui è stata concepita: Dragon Ball nasce nel 1984, all’interno di una società giapponese ancora largamente strutturata su una visione tradizionale e maschilista dei ruoli di genere.
I personaggi femminili che possiamo definire realmente attivi all’interno della narrazione di Dragon Ball sono sorprendentemente pochi. A fronte di numerose figure secondarie – spesso ridotte a spalle comiche o a oggetti del desiderio –, solo Bulma e Cyborg 18 si impongono come soggetti dotati di caratterizzazione significativa. Altri nomi – come Lunch, Mai o Videl – avrebbero potuto essere presi in considerazione, tuttavia il loro spazio narrativo risulta frammentario o subordinato a dinamiche maschili. Nel caso specifico di Mai, a esempio, se si esclude la rielaborazione in Dragon Ball Super, a fronte di una donna avvenente ma non sessualizzata, abbiamo un utilizzo episodico; Lunch, pur più visibile, è caratterizzata da una passività marcata rispetto agli eventi e un utilizzo unicamente comico; mentre Videl, infine, incarna un paradigma che rientra a pieno titolo nella categoria definita come “donna nel frigorifero” – personaggi femminili la cui funzione narrativa consiste nello stimolare l’azione maschile attraverso il trauma o la sofferenza, in un termine coniato da Gail Simone. Anche Chichi, pur essendo presente con maggiore costanza, verrà qui trattata solo marginalmente, in quanto esemplificativa di un altro modello stereotipico che affronteremo più avanti.
Bulma è il primo personaggio femminile a comparire in Dragon Ball e, da un punto di vista narrativo, uno dei più centrali. È infatti lei ad avviare l’intera vicenda: senza l’incontro con Bulma, Gokū sarebbe rimasto isolato nella foresta, estraneo al mondo esterno. I due personaggi, che nella loro configurazione originaria richiamano in modo evidente la dinamica di Tarzan e Jane ma rielaborata in chiave comica e giovanile, sono estremamente ben bilanciati. Il ruolo di Bulma è estremamente significativo se osservato in chiave metanarrativa, in quanto personaggio “sapiente”, depositaria di saperi tecnologici e conoscenze sociali, che svolge la funzione di mediatrice tra l’universo diegetico e il lettore: attraverso il suo dialogo con Gokū, ingenuo e ignaro, l’autore stesso fornisce al pubblico le informazioni necessarie a comprendere il mondo dell’opera. In questo senso, Bulma funge da alter ego narrativo di Toriyama stesso, agevolando l’immersione graduale del lettore senza che abbia però la sensazione di essere soffocato da informazioni. Anche tralasciando questo importante ruolo metanarrativo – che ne testimonia già l’eccezionalità – resta tuttavia una domanda centrale: Bulma è un personaggio femminile ben scritto? Oppure ricade anch’ella nei luoghi comuni che contraddistinguono molte eroine dei manga battle dell’epoca?
All’interno della tradizione shōnen non è raro incontrare personaggi femminili dall’apparenza forte e indipendente, ma che finiscono col rientrare in dinamiche narrative subordinanti. Donne energiche, consapevoli del proprio fascino e in grado di utilizzarlo come leva, ma che nei momenti decisivi vengono poste in secondo piano rispetto all’eroe maschile. Questo tipo di figura, spesso riconducibile al cliché della “maschiaccio”, risponde in realtà a un desiderio maschile preciso: una donna intraprendente finché non minaccia l’equilibrio di genere, che una volta “domata” rientra nel ruolo tradizionale. E sono ben consapevole che parlare di “tradizione shōnen” possa apparire anacronistico nel 2025, a seguito delle innumerevoli diatribe legate all’affermare come “shōnen” sia un target e non un genere; ma è anche vero che, almeno negli anni ’80, un’opera scritta con in mente un determinato lettore-tipo – adolescente, maschio – dovesse sicuramente essere studiata per far presa su di lui, anche tramite personaggi che, lettori-tipo, avrebbero apprezzato.
Tale costruzione, comunque, riflette, più che una reale volontà di emancipazione, un’immagine rassicurante per il lettore medio maschio adolescente: una figura femminile che prende l’iniziativa, ma che, in ultima istanza, si adatti al modello domestico e subordinato. La società giapponese dell’epoca – ancora segnata dal lascito ideologico dell’Era Meiji, che esaltava la dedizione al lavoro e alla nazione – tendeva infatti a disincentivare le relazioni affettive, o comunque a porte in secondo piano rispetto al successo personale (che sarebbe stato visto come successo della nazione). In questo contesto, la fantasia di una donna che si faccia carico dell’interazione relazionale (l’approccio, la gestione della coppia, la cura della casa) diventa una forma di compensazione culturale. È il caso emblematico di Chichi: desiderosa di matrimonio, determinata a ottenerlo, si trasforma subito dopo le nozze nella moglie casalinga e madre tradizionale, focalizzata sul rendere il figlio uno studioso (tornando quindi al lascito ideologico dell’Era Meiji) e doveri (sempre nell’Era Meiji si fece largo il motto “buona moglie e saggia madre” per le donne). Dinamica che si ripresenta anche in Bulma, seppur in forma più sfumata: una parabola narrativa che sembri inizialmente ricalcare lo stesso schema, ma che presenta deviazioni significative che meritano attenzione.
Pur nascendo come incarnazione del desiderio maschile medio – intelligente, affascinante, intraprendente, ma al contempo disponibile e malleabile – Bulma riesce a emanciparsi parzialmente da questa struttura stereotipica. Ciò che la distingue da molte sue controparti è proprio il fatto di non essere modellata sul prototipo della “donna giapponese tradizionale”, bensì su tratti poco conciliabili con la femminilità nipponica tradizionale: indipendenza economica, disinteresse per l’approvazione maschile, sessualità espressa senza finalità riproduttive, e soprattutto l’assenza di un’identità fondata sul sacrificio. Si potrebbe affermare che Bulma incarni, in parte, la figura della modern girl giapponese – categoria socioculturale emersa negli anni Venti e Trenta del Novecento e spesso condannata dalla stampa conservatrice per il suo stile di vita occidentalizzato, individualista e disinibito, in un’epoca in cui, sempre più, il Giappone stava subendo una “contaminazione” culturale occidentale. Nonostante la cornice comica e l’ambiente narrativo surreale di Dragon Ball, l’atteggiamento di Bulma nei confronti della scienza, del denaro, del corpo e delle relazioni amorose appare in aperto contrasto con l’ideologia dominante del periodo, con una distanza rispetto al modello dominante che si manifesta anche nella seconda fase della sua vita: contrariamente a molte “eroine” dello shōnen, Bulma non si dissolve nel ruolo materno e domestico. Pur sposata, resta una figura dinamica, autonoma, dotata di pensiero critico e iniziativa. La marginalità di Bulma rispetto all’asse centrale dell’azione – che in Dragon Ball ruota intorno alla battaglia e alla crescita fisica – non inficia poi il suo valore simbolico: al contrario, proprio perché non costretta a sottostare all’arco classico dell’eroe, Bulma conserva una libertà espressiva rara nel panorama shōnen dell’epoca. Non è una guerriera, né una “principessa da salvare”, né una madre tutta dedizione e rinuncia. È, piuttosto una presenza narrativa trasversale: spettatrice, spalla comica, motore del cambiamento, e intellettuale donna concreta (spesso anche voce della ragione). Se da un lato non può essere proposta come modello pienamente femminista – le sue prime apparizioni sono ancora legate a un’estetica sessualizzante che, seppur nel suo renderla “modern girl”, tende alcune volte alla denigrazione o al venir questo usato come scusante per atteggiamenti molesti di altri personaggi – dall’altro rappresenta una figura ambigua ma potenzialmente significativa per lettrici e lettori in cerca di una alternative al paradigma dell’“angelo del focolare”. Ed è proprio per questa ambivalenza che merita di essere studiata con attenzione.
Numero 18 – o Cyborg 18 – è invece uno dei pochi personaggi femminili che partecipano attivamente al combattimento in Dragon Ball, un contesto narrativo in cui la forza fisica è spesso l’unico valore riconosciuto e in cui gli uomini ricoprono l’apice in tal senso. Il suo nome originale, Jinzōningen 18-gō (人造人間18号), significa letteralmente “essere umano artificiale modello 18”, tuttavia, dal momento che Crilin si riferisce a lei come “Jū-Hachi Gō”, espressione traducibile in un semplice “Numero 18”, mi riferirò così a lei da adesso in poi.
Pur non godendo di un arco narrativo esteso, Numero 18 si impone fin dalla sua prima apparizione per l’equilibrio tra autonomia, potenza e distacco emotivo. Come Bulma, anche lei si colloca ai margini dei ruoli femminili tradizionali: non è una figura accudente, né subordinata, né oggetto passivo di desiderio; al contrario, si presenta come antagonista e in seguito alleata, senza mai perdere la propria individualità. Il tratto caratteriale che definisce Numero 18 all’interno dell’immaginario giapponese è quello della tsundere, una figura femminile ambivalente, fredda e distante all’esterno, ma potenzialmente affettuosa nel profondo. Questo archetipo – diffuso soprattutto nei manga e negli anime dal forte impianto relazionale – permette una gestione ambigua dei sentimenti, in grado di mantenere viva l’attenzione del pubblico. Numero 18 incarna solo parzialmente questa dinamica. I suoi momenti di “tenerezza” sono rari, asciutti, e sempre declinati in chiave sarcastica o infastidita: quando Crilin le salva la vita distruggendo il telecomando con cui avrebbe potuto disattivarla, o quando desidera che a lei e suo fratello venga rimosso l’esplosivo dal corpo, lei non ricambia con una dichiarazione affettuosa come ci si potrebbe aspettare, ma con un’espressione di quasi irritazione. Ma ben consapevoli come questa caratterizzazione non sia assolutamente rara in questi prodotti, oggi quasi ridondante potremmo dire, l’importanza di Numero 18 come personaggio femminile è piuttosto un’altra: a differenza della totalità delle figure femminili in Dragon Ball, nonché quasi di ogni battle, Numero 18 è più forte del suo partner maschile. Tuttavia Crilin non solo lo accetta, ma non mostra mai segni di insicurezza legati alla disparità fisica, o economica, tra i due (a differenza di un Vegeta che non ha interesse nella ricchezza di Bulma, ricordiamo che nel caso di Crilin entrambi i personaggi sono lottatori). È una condizione rara nell’immaginario popolare, dove la superiorità femminile è spesso fonte di tensioni narrative, se non di conflitto aperto, spesso addirittura utilizzata per ridicolizzare la mascolinità dell’uomo. In questo caso, al contrario, l’asimmetria si stabilizza in una relazione armonica e paritaria. Dopo la nascita della figlia, Numero 18 assume un ruolo più defilato rispetto a quello iniziale, ma non per questo tradizionale: partecipa ancora al Tenkaichi Budōkai e dimostra intelligenza strategica nell’assicurarsi il premio in denaro; non viene mai assimilata completamente al modello materno, né sacrificata sull’altare della famiglia. Rispetto al destino narrativo di Chichi, che si appiattisce nel ruolo della casalinga rigida e apprensiva, il percorso di Numero 18 è più sfumato e moderno, in una ottima sintesi narrativa tra il conservazionismo (Chichi) e la modern girl (Bulma).
All’interno di Dragon Ball, la rappresentazione delle donne appare profondamente diseguale. Accanto a personaggi come Chichi o Videl, che vengono rapidamente ridotti a funzioni materne e domestiche, emergono figure come Bulma e Numero 18, capaci – in modi differenti – di sfuggire almeno in parte alle logiche tradizionali giapponesi. Se Bulma incarna un ideale femminile modernizzato e intraprendente, forgiato nella cultura pop occidentale e reinserito nel contesto giapponese con tratti di rottura, Numero 18 si distingue per l’autonomia espressa in un campo ancora più ostico: quello della forza fisica e del combattimento in relazione a un interesse amoroso che sia anch’esso un combattente. Entrambe si muovono in territori narrativi complessi, costrette a confrontarsi con aspettative di genere radicate e con strutture editoriali pensate per un pubblico prevalentemente maschile. Nonostante ciò – o forse proprio per questo – rappresentano due eccezioni significative: non perfette ma emblematiche. Due figure che, pur partendo da presupposti stereotipici (la ragazza viziata, o la tsundere), riescono a diventare casi studio rilevanti per comprendere i limiti e le potenzialità della rappresentazione femminile nello shōnen.
Bibliografia parziale
(Letture in generale, non unicamente per l’articolo)
- SCOTT A.C.: “The kabuki theatre of Japan”.
- CAROLI Rosa, GATTI Francesco: “Storia del Giappone”.
- DOWNER Lesley: “Madame Sadayakko: The geisha who bewitched the West”.
- GUERRA Jennifer: “Il corpo elettrico”.
- HENDRY Joy: “Understanding Japanese Society – 2nd Edition”.
- HENSHALL Kenneth: “Storia del Giappone”.
- SEAGER Joni: “L’atlante delle donne”.
- DOYLE Jude Ellison Sady: “Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne”.
- KANO Ayako: “Acting like a woman in modern Japan: Theatre, Gender and Nationalism”.
- SHUICHI Kato: “Arte e società in Giappone”.
- GULLIVER Katrina: “Modern women in China and Japan”.
- KOBAYASHI Ichizo: “Takarazuka manpitsu”.
- KOBAYASHI Yoshie: “A path toward gender equality – State feminism in Japan”.
- FUJIMUR-FANSELOW Kumiko: “Transforming Japan: How Feminism and Diversity Are Making a Difference”.
- MACKIE Vera: “Feminism in Modern Japan – Citizenship, Embodiment and Sexuality”.
- MIRE Koikari: “Pedagogy of Democracy: Feminism and the Cold War in the U.S. Occupation of Japan”.
- PASTORE Antonietta: “Nel Giappone delle donne”.
- STEINBERG Marc, ZAHLTEN Alexander: “Media Theory in Japan”.
- SUGIMOTO Yoshio: “An introduction to Japanese society – 5th Edition”.
- YAMANASHI Makiko: “A history of the Takarazuka Revue since 1914”.
Come incipit non è male, sono sicuro che andrai più a fondo nell’analisi e che alla fine ci dirai le tue conclusioni.
Quindi tocca comprare il saggio 🤗
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Ciao Ocelotto, volevo segnalarti che nella Bibliografia parziale c’è un errore, “Nel Giappone delle donne” non l’ha scritto Antonio ma bensì Antonietta Pastore, visto il tema dell’articolo mi sembrava giusto segnalartelo. Inoltre sono curioso di consultare la fonte KOBAYASHI Ichizo: “Takarazuka manpitsu”, puoi dirmi dove posso reperirla? C’è anche in italiano o l’hai tradotta dal Giappone? Grazie! 🙂
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Riguardo “Takarazuka Manpitsu” ho scoperto della sua esistenza grazie a una fonte citata nel saggio “A history of the Takarazuka Revue since 1914” (dovrebbe essere “Takarazuka Jottings” in inglese), una raccolta di memorie di Kobayashi che spaziano un po’ in generale sulla sua vita. Non so se si trovi in giro dato che a me hanno mandato estratti solo dalle porzioni che mi interessavano per avere delle conferme (ovviamente fonte solo in giapponese, sfortunatamente), ma il saggio “A history of the Takarazuka Revue since 1914” e l’articolo “The Takarazuka Revue’s post-war tours of Hawaii” contengono già tutto in merito
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